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“Chiamatemi Tiresia”. L’omaggio di Camilleri all’indovino tebano

Da quando sono diventato cieco, sento l’urgenza di capire cosa sia l’eternità. E solo venendo qui, fra queste pietre eterne, posso averne un’intuizione.

“Chiamatemi Tiresia”. Così Andrea Camilleri, nei panni del mitico indovino tebano, con il quale condivide la cecità, ha esordito sul palcoscenico del Teatro Greco di Siracusa. Un monologo di straordinaria intensità, che il padre di Montalbano ha messo in scena la scorsa estate. Palomar, la casa di produzione che cura anche la fiction di Montalbano, l’ha riproposto come evento al cinema a novembre. E qualche settimana fa è uscita in libreria la trascrizione, edita da Sellerio. Ieri sera, infine, Tiresia è arrivata in televisione, su Rai 1. Trasmessa, per non rovinarne la magia, senza interruzioni pubblicitarie.

Tiresia, all’inizio, spiega che, mentre su quello stesso palco – che in ogni primavera ospita delle rappresentazioni classiche – Tiresia era stato presente come personaggio interpretato da un attore, ora invece il profeta era lì “di persona personalmente”. Racconta, quindi, la sua vicenda. Ossia come, per aver ucciso un dio trasformato in serpente sul monte Citerone, sia stato mutato in donna: “Non significa soltanto perdere gli attributi maschili e ricevere quelli femminili – spiega –, ma significa soprattutto ricevere un cervello femminile… Un cervello affollatissimo: piccole esigenze quotidiane accanto a grandi quesiti universali, contemporaneamente, senza requie… Un inferno!”. Proprio per questo, tornando, su consiglio della Pizia, sul Citerone, e uccidendo un altro serpente, ha preferito tornare ad essere uomo. Ma la sua vita viene sconvolta nuovamente quando, “in qualità di esperto”, viene convocato da Zeus per fare da arbitro in una discussione tra lui e la moglie. Si discuteva su chi fosse, tra l’uomo e la donna, a provare più piacere nel rapporto sessuale. Tiresia favorì Era, della quale conosceva gli scatti d’ira. La dea, però, si infuriò tremendamente, probabilmente – spiega l’indovino – perché Zeus non era mai riuscito a farle provare molto piacere, e Tiresia fu reso cieco. Zeus, allora, non potendo (o non volendo) mettersi contro Era, non lo priva della cecità, ma lo risarcisce con la possibilità di prevedere il futuro e con quella di vivere sette vite non continuative.

Quindi, Tiresia fa una carrellata degli autori che di lui hanno parlato nei secoli. A partire da Sofocle, che racconta l’episodio in cui Tiresia, pur non volendo, dovette dire la verità ad Edipo, e cioè che era stato lui ad uccidere il padre e a giacere con la madre. Episodio che fu poi ripreso da Freud e che divenne il complesso di Edipo. “È da questo momento che smisi di essere persona per diventare personaggio”. A Sofocle seguono i latini, in particolare Orazio, che lo ha “continuamente diffamato”, dicendo che non era stato Ulisse, nell’Odissea, a non seguire i suoi consigli, ma che era stato lui a consigliarlo male, suggerendogli di guadagnare soldi facili facendo il “cacciatore di eredità”. Quindi è la volta di Seneca, di Luciano di Samosata, e infine dei cristiani, che o lo condannano e lo cooptano. Poi viene Dante, che lo colloca all’inferno, e quindi i monaci di Firenze che predicavano continuamente contro di lui. Arriviamo poi all’inglese Milton, che nel “Paradise lost” lo colloca, accanto a Omero, tra i grandi poeti ciechi. E, quindi, a Stravinskij e al suo “Oedipus Rex”.

Proprio Stravinskij, e quindi l’ingresso nel Novecento, per Tiresia rappresenta il riscatto. Virginia Woolf con “Orlando”, una vicenda lunga secoli che si ispira interamente a Tiresia. Archibald MacLeish, con “Elpenor”. Ed Ezra Pound, che a Tiresia dedica alcuni dei suoi “Cantos”, di cui l’indovino rappresenta l’anima stessa. E ancora Thomas Stearns Eliot, che lo rende narratore e protagonista di “Terra desolata”. La rassegna letteraria si conclude con due italiani. Pier Paolo Pasolini, prima, che diresse un film sull’Edipo Re. E Primo Levi, poi, che dedica a Tiresia un racconto sui campi di concentramento, e sulla metamorfosi che lì si compiva da uomo a non uomo. “Perdonatemi se mai riuscii a prevedere quell’orrore, ma credo che nemmeno gli indovini più bravi di me ci sarebbero riusciti”, confessa Tiresia.

Quindi lo spettacolo si conclude, e Camilleri-Tiresia spiega perché ha voluto essere lì. “Da quando sono diventato cieco, sento l’urgenza di capire cosa sia l’eternità. E solo venendo qui, fra queste pietre eterne, posso averne un’intuizione”. E racconta che attualmente Tiresia vive a Brooklyn e ogni tanto fa qualche comparsata al cinema. Proprio nell’ultima interpretazione, faceva la parte di Tiresia che vende cerini. “Da allora, dopo secoli, persona e personaggio si sono finalmente riuniti”. Alla fine, Camilleri si congeda con un augurio: “Mi piacerebbe che ci rincontrassimo tutti qui, in una serata come questa, fra cento anni. Me lo auguro, e ve lo auguro”.