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Quando ci si indigna per un titolo e non per un fatto

Mi sorprende la difesa a spada tratta del buon nome di Scordia, a seguito di un titolo, sicuramente infelice, apparso ieri sul quotidiano “La Sicilia”. È probabilmente una delle rare volte in cui gli scordiensi si rendono conto di essere una comunità, e rivendicano con così tanta convinzione la propria identità. Se non altro, questo è certamente positivo.

Per quel titolo, prontamente si è rivendicata l’estraneità di Scordia dai fatti in questione, sui quali non entro nel merito. Eppure, che ci piaccia o no, Scordia c’entra eccome! E c’entra per svariati motivi.

Innanzitutto perché Xirumi solo giuridicamente si trova in territorio di Lentini. Credo, infatti, che soltanto pochissimi lentinesi sappiano dove si trovi quella contrada, che invece è molto più vicina a Scordia. Tanto più che molti agricoltori scordiensi in quelle terre lavorano ogni giorno.

Del resto, il territorio di Scordia si spinge solamente pochissimi chilometri più in là del centro abitato. Molti terreni di quella che chiameremmo “campagna scordiense” si trovano in verità in territorio di Lentini e di Militello; soltanto in qualche caso di Palagonia. Ed è in questi territori, dunque, che spesso l’arancia rossa di Scordia viene coltivata.

Scordia c’entra, inoltre, perché anche quei pochissimi territori di cui gode, non sono estranei al fenomeno in questione. Il furto delle arance, da sempre, si verifica anche a Scordia, e quindi anche lì quell’omicidio si sarebbe potuto consumare.

Volendo guardare la cosa da un punto di vista diverso, poi, Scordia c’entra per i tanti commenti che ho visto in questi giorni su Facebook, che suonano più o meno così: “Hanno fatto bene! Così la prossima volta imparano!“. Anche solo per questi commenti, Scordia è e non può non sentirsi coinvolta.

È inutile indignarsi così tanto per quel titolo – la cui infelicità, lo ribadisco, è fuori di ogni dubbio – e prendersela con dei giornalisti che in fondo stanno facendo semplicemente il loro mestiere, che consiste proprio nel raccontare ciò che accade. Sarebbe meglio e molto più produttivo, invece, indignarsi con altrettanta foga per il fatto in sé, per le arance che continuano ad essere rubate, per i controlli che non ci sono o non sono sufficienti. Questo serve per provare a risolvere il problema. E per fare in modo che queste storie non si debbano più raccontare. Perché in fondo, che sia il ladro o il derubato ad essere ucciso, pur sempre di un omicidio si tratta.

E gli omicidi non sono mai delle belle storie.