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Sant’Agata. Festa “rovinata”, ma da Catania un messaggio forte di legalità

Quella di Sant’Agata a Catania, si sa, è la terza festa cristiana più importante al mondo. Ma l’edizione di quest’anno resterà certamente nella storia.

Era una festa che stava andando molto bene. La pioggia ha incredibilmente accelerato il “giro esterno” del 4 febbraio, tanto che la tradizionale salita dei Cappuccini è partita da piazza Stesicoro alle 14.30, circa tre ore prima rispetto al consueto, e ha fermato per quel giorno le candelore.  Ma non è stata certo la pioggia a fermare i catanesi, e Sant’Agata, accompagnata dai devoti, ha completato per intero il suo giro. Anche il 5 febbraio, giorno della festa, il maltempo avrebbe potuto compromettere il “giro interno” della santa. Ma, visti i miglioramenti del pomeriggio, il Comitato ha deciso di uscire comunque per la processione. Una scelta che di fatto si è dimostrata saggia, dal momento che effettivamente il cielo si è aperto e la mattina del 6 febbraio Catania è stata salutata dal sole. E proprio in questo giorno si sono rotti gli equilibri di una festa che, a detta di tutti, stava andando bene e si stava svolgendo in perfetto ordine.

Il fercolo era pronto ad iniziare quello che sicuramente è il momento clue di tutti i festeggiamenti: la salita di Sangiuliano. In verità, però, proprio questo è anche il tratto più delicato. La storia insegna, infatti, che in mancanza delle minime condizioni di sicurezza può anche scapparci il morto. Come successe nel 2004, quando, calpestato dalla folla, perse la vita Roberto Calì. Da quell’anno, infatti, la salita di Sangiuliano non fu più fatta di corsa ma a passo d’uomo. O addirittura, come è successo altre volte in caso di asfalto bagnato o scivoloso, è saltata del tutto. E Sant’Agata ha fatto rientro in Cattedrale da via Etnea, saltando la pittoresca via Crociferi. La situazione che si è venuta a creare quest’anno, però, ha dell’inedito e del surreale. Infatti, in mezzo ai cordoni che tirano il fercolo di Sant’Agata si era venuta a creare una eccessiva calca, che impediva il corretto svolgimento della manovra. Il responsabile del fercolo Claudio Consoli più volte ha chiesto di liberare i cordoni, rimanendo però inascoltato. Al punto che, stabilito di concerto con le forze dell’ordine di annullare la salita, è rimasto nel vuoto anche l’invito a riportare indietro i cordoni per fare ritorno in Duomo da via Etnea. Qui la scelta drastica ed inedita: staccare i cordoni, rendendo il fercolo autonomo dai devoti ribelli. Sant’Agata ha quindi definitivamente saltato la salita di Sangiuliano e ha fatto ritorno in Cattedrale praticamente “a spalla”. La scelta è stata applaudita dalla folla, ma ha suscitato anche alcune contestazioni, con devoti che si sono inginocchiati a terra per frenare il passaggio della Santa. Scene che hanno lasciato tutti sorpresi e a cui nessuno aveva mai assistito.

Giunti in piazza Duomo, poi, il busto reliquiario di Sant’Agata non ha fatto immediatamente ingresso in Cattedrale. Prima, infatti, ha voluto prendere il microfono il parroco della Cattedrale di Catania, mons. Barbaro Scionti, che, senza mezzi termini, si è rivolto ai facinorosi che, per prepotenza, hanno rovinato la festa, e ha quindi invitato i numerosi fedeli presenti a fare tutti insieme una preghiera di riparazione.

“Dobbiamo fare una preghiera di riparazione – ha detto – perché quello che è avvenuto è molto grave”. “I devoti di Sant’Agata, con Sant’Agata, non sono ostaggio di nessuno – ha continuato Scionti tra gli applausi –. I devoti di Sant’Agata sono per Sant’Agata”. Quindi si è rivolto direttamente a chi ha fatto sì che saltasse parte della processione: “Cari delinquenti, perché di questo si tratta, siete soli e isolati. E adesso fate silenzio perché dobbiamo pregare”. Ha quindi animato, dal fercolo, la preghiera del Santo Rosario, alla quale è seguito il rientro del busto reliquiario di S. Agata all’interno della Cattedrale, salutato dall’accensione dei fuochi d’artificio.

Una scelta inedita quella del “capovara”, e parole dure quelle di mons. Scionti. Che hanno accompagnato un fatto certamente grave. Che rischia di infangare l’immagine della festa e della città, come hanno sottolineato alcuni. Di sicuro, però, proprio da questo gesto così grave, ne deriva un messaggio forte di legalità. La decisione di Consoli e le parole di mons. Scionti – ai quali, dal prefetto di Catania, è stata assegnata la scorta per le ripercussioni che potrebbero avere – sono sofferte, ma di certo intrise di coraggio. E sono la prova che la mafia, secondo molti da sempre in primo piano nei festeggiamenti agatini, non è più protagonista. E che non basta più la prepotenza per ottenere tutto ciò che si vuole. Hanno dimostrato, coraggiosamente e certamente consci delle possibili conseguenze, che chi deve trionfare è il bene. Quel bene al quale la stessa Santa che celebriamo ci ha chiamati. Anche questa, del resto, è la missione delle feste: evangelizzare. In questo caso, più che le parole, hanno parlato i fatti. Che speriamo siano recepiti in maniera chiara da tutti.